Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa
Dai depositi del Castello di Melfi, reperti e documenti diventano risorse digitali per rendere visibile un patrimonio finora nascosto.

Dai depositi agli archivi, i cantieri Ecomic accompagnano con D.PaC la trasformazione digitale del patrimonio culturale, rendendolo più accessibile, tutelato e valorizzabile per istituti, comunità scientifica e cittadini.
Digitalizzazione dei reperti archeologici conservati nei depositi del Museo Archeologico Nazionale del Melfese e della documentazione fotografica e grafica dell’archivio, con acquisizione secondo parametri uniformi.
Per i Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, la digitalizzazione diventa l’occasione per riportare alla luce un patrimonio rimasto a lungo nei depositi. Il cuore del racconto è il Castello Normanno Svevo di Melfi, luogo identitario del Vulture e della Basilicata, sede dal 1976 del Museo Archeologico Nazionale del Melfese “Massimo Pallottino”.
Nelle sale del museo, la storia del territorio prende forma attraverso reperti di grande valore, dalle ceramiche daunie a decorazione geometrica a quelle magnogreche a figure rosse, fino ai sarcofagi di Rapolla e di Atella. Il Sarcofago di Rapolla, opera identitaria del museo, testimonia il ruolo del territorio nella prima età imperiale, in un contesto attraversato da scambi commerciali e culturali.
Accanto alle collezioni esposte, i depositi conservano un patrimonio archeologico straordinario, composto da manufatti provenienti dalle aree di scavo del territorio. Il progetto sostenuto attraverso Ecomic – ecosistema digitale per la cultura permette di trasformare questo patrimonio non visibile al pubblico in risorse digitali accessibili, capaci di restituire una documentazione dettagliata degli oggetti e, in alcuni casi, anche una lettura tridimensionale.
La digitalizzazione modifica il modo stesso di avvicinarsi ai reperti. L’immagine ad alta definizione diventa una fonte diretta sull’oggetto, consente di osservare forme, superfici e particolari con grande precisione e registra lo stato di conservazione attuale dei materiali. In questo senso, il digitale non sostituisce il reperto, ma offre nuovi strumenti per conoscerlo, studiarlo e seguirne l’evoluzione nel tempo.
Il lavoro coinvolge anche l’archivio del museo, dove è in corso la digitalizzazione della documentazione fotografica e grafica. Si tratta di materiali legati alle attività di scavo, tra cui disegni realizzati dagli anni Settanta e successivamente lucidati a mano nei laboratori, per un totale di circa 25.000 risorse digitali. Reperti e documenti d’archivio vengono così ricondotti a un percorso comune di conoscenza e valorizzazione.
Le attività operative partono dai depositi: i manufatti selezionati vengono prelevati, preparati e spolverati, prima di arrivare sul set fotografico. Qui archeologi e fotografi lavorano insieme all’acquisizione digitale delle immagini, seguendo parametri stabiliti e uniformi, pensati per garantire qualità e coerenza nella produzione delle risorse.
D.PaC dà struttura a questo processo, accompagnando la gestione del cantiere dalla pianificazione delle attività alla produzione delle risorse digitali, fino al conferimento in I.PaC. In un lavoro che intreccia reperti, archivi, competenze scientifiche e procedure tecniche, la piattaforma aiuta a coordinare le fasi operative e a mantenere continuità nella trasformazione digitale del patrimonio.
Dai depositi del Castello di Melfi, i materiali archeologici tornano così a essere visibili, studiabili e condivisibili. La digitalizzazione apre nuove possibilità di ricerca e restituisce valore a un patrimonio che racconta la lunga storia del territorio, rendendo accessibili non solo gli oggetti, ma anche le tracce documentarie che ne accompagnano la scoperta e l’interpretazione.
Servizi Ecomic utilizzati
Digitalizzare il patrimonio culturale







